IN PARAGUAY

Paraguay. 22 marzo – 2 aprile 1979

da: Bianca Guidetti Serra, Storie di giustizia, ingiustizia e galera (1944-1992), Linea D’ombra, 1994.

Amilcar-SantuchoAh, Blanquita, el tango !” , esclama Francisco mentre dall’oblò guardiamo l’Argentina che pur lontanissima si disegna nitida sotto di noi. Per la condizione di profughi politici dei miei compagni di viaggio abbiamo dovuto scegliere un volo che evitasse il loro paese. “No, insiste Francisco, voi europei non potete capire che cos’è l’Argentina”. Scuote il capo calvo e agita le mani. Così, tra entusiasmo e rimpianto è saltato fuori anche il tango. Manuele, sua moglie, seduta accanto a noi, si limita a sorridere. Siamo diretti in Paraguay. Da quasi quattro anni il loro figlio, Amilcar Latino, è prigioniero in una caserma della polizia di Asuncion. Non gli è stata contestata alcuna accusa, tantomeno è stato sottoposto a processo. Semplicemente lo hanno arrestato e non più rilasciato. Esercitava l’avvocatura a Buenos Aires. Militante pe la Lega per i Diritti dell’Uomo, aveva fondato la rivista “Articolo 14” , che si batteva per la piena applicazione dei diritti costituzionali, e in particolare, appunto, dell’art. 14. Più volte minacciato ed aggredito da affiliati della “3 A.A.A.” (Alleanza Anticomunista Argentina) fu costretto a fuggire nell’aprile 1975. Sperava, attraversato il Paraguay, di raggiungere un paese libero. Venne invece fermato e rinchiuso dapprima alla “Comisaria Tercia” in Asuncion; in seguito in un campo dal significativo nome “La emboscada”; infine di nuovo nella prima prigione. Lì vive in totale isolamento; non può né inviare né ricevere posta. Solo molto tempo dopo la scomparsa i famigliari hanno avuto sue notizie in modo indiretto. Il generale Alfredo Stroessner, presidente-dittatore della Repubblica Paraguayana, è incerto: consegnare in ceppi Amilcar all’altro dittatore, l’argentino Jorge Rafael Videla che glielo ha chiesto, o consentire al prigioniero di raggiungere uno dei paesi che gli hanno offerto asilo politico, compiacendo l’opinione europea e statunitense ? L’incertezza sulla decisione si protrae da anni.

Francisco Santucho, il mio compagno di viaggio, ha 82 anni , era “procuratore giudiziario” a Santiago de l’Estero, una città del nord dell’Argentina. Per anni è stato impegnato nell’Unione Civica Radicale, una formazione moderata progressista, e per due volte deputato.

Sua moglie Manuela Juarez ha 65 anni ed era insegnante elementare. Amilcar, che cerchiamo di raggiungere, è il maggiore dei loro 10 figli; cinque nati dalla prima moglie di Francisco che, vedovo, ne ha sposato in seconde nozze la sorella da cui sono nati gli altri cinque.

Ana Maria Villareal e Mario Roberto Santucho
Ana Maria Villareal e Mario Roberto Santucho

Un tragico, quasi incredibile destino, perseguita la famiglia Santucho. È cominciato con la fucilazione, avvenuta il 22 agosto 1972, nella base navale Almirante Zar, della nuora Ana Maria. Detenuta politica fu ritenuta colpevole con altri di aver tentato la fuga. Aveva 34 anni. Era la prima moglie del più noto dei Santucho: Mario Roberto, fondatore e segretario del “Partito Rivoluzionario dei Lavoratori”.

Francisco René Santucho
Francisco René Santucho

Degli altri figli, Francisco René, giornalista e scrittore, venne sequestrato e assassinato a Tucuman nel maggio 1975: aveva 50 anni.

Manuela SantuchoOscar Asdrubal cadde in uno scontro a fuoco con la polizia nel dicembre dello stesso anno; Carlos Hiber faceva il contabile e non svolgeva nessuna attività politica quando venne arrestato sul posto di lavoro nel luglio del 1976. Lo stesso giorno subirono la sua sorte la sorella Manuela, un’avvocatessa che patrocinava in particolare cause di lavoro, e la cognata Cristina Silvia Navajos Villareal, sociologa.

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Carlos Hiber Santucho

Di loro non si sono più avute notizie e, per quanto riguarda Carlos Hiber, si teme sia morto per le sevizie subite. Infine fu ucciso in uno scontro armato, il 19 luglio 1976, a Buenos Aires, Mario Roberto. Altri congiunti sono in prigione o in esilio.

Per sfuggire alla persecuzione anche Manuela e Francisco hanno dovuto lasciare l’Argentina, ma nella loro vita errabonda di profughi politici, la maggiore e costante preoccupazione è stata quella di tentare di aiutare figli e nipoti. Amilcar in particolare, che è prigioniero ma vivo. Hanno girato, i due anziani coniugi, si può dire tutto il mondo: sono stati all’ONU, alla Commissione dei Diritti dell’Uomo, alla Commissione Mondiale dei Rifugiati Politici e al Consiglio Mondiale delle Chiese. E poi ancora in Francia, in Svizzera, in Italia.  Sempre raccontando la loro storia e chiedendo aiuto e solidarietà per i loro famigliari e per tutti gli argentini perseguitati dalla dittatura militare. In Italia qualche risposta positiva l’hanno ottenuta: sono stati ricevuti dal Presidente Pertini, dai Presidenti delle Camere, perfino dal Papa. Molte associazioni e partiti politici hanno loro manifestato in vario modo solidarietà. Tra le iniziative c’è il viaggio in Paraguay che Manuela e Francisco stanno facendo con un’accompagnatrice, nel tentativo di riuscire a chiarire la posizione di Amilcar, quel figlio che, forse, si può salvare.

In questo affare di ingiustizia argentino-paraguaiano la mia presenza di avvocato è un mero simbolo, anche se prima di partire accolgo il suggerimento di farmi rilasciare con tanto di bollo (potere die bolli !) e autenticazione delle firme una dichiarazione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati che dice: si, sono patrocinante alla Corte d’Appello di Torino e anche alla “Suprema Corte di Cassazione”, dove il “suprema” a molte migliaia di chilometri di distanza chissà, può servire da schermo.

È l’Associazione Giuristi Democratici del Piemonte che mi ha designata come accompagnatrice. Una colletta a cui hanno partecipato, tra gli altri alcune organizzazioni sindacali, ha consentito di affrontare le spese di viaggio e soggiorno per tutti e tre.

Nel primo pomeriggio del 23 marzo del 1979 atterriamo ad Asuncion. Alla verifica del passaporto io passo senza obiezioni, non così Amilcar e Manuela. Letti i nomi sono invitati ad attendere in disparte. Allora torno indietro: “Sono con loro”, dichiaro. Mentre i passeggeri defluiscono, un militare ci accompagna in una specie di salone d’attesa, spoglio di mobili e suppellettili, salvo alcune panche. Non ci è consentito sedere vicini. Loro in un angolo, io in quello diametralmente opposto. Ci lasciano soli, ma uno dei militari, attraverso il vetro della porta, di tanto in tanto occhieggia all’interno.

Non potendo fare altrimenti ci scambiamo battute, sorrisi e gesti. L’attesa dura almeno un’ora. Infine, giunge un graduato. Forse il comandante dell’aeroporto ? Ha i nostri passaporti in mano. “Che cosa venite a fare in Paraguay ?”. Risponde Manuela (sarà quasi sempre lei a parlare). “A cercare notizie di nostro figli Amilcar..”. Tenta di proseguire ma viene presto interrotta. “E questa chi è, dei diritti dell’uomo?”. “No, è la nostra avvocatessa, ci accompagna”. Una pausa: il comandante tamburella con le dita sui passaporti. “Bene, dice infine, potte restare ma dovete comunicare alla polizia tutti i luoghi dove vi recherete”. E ci restituisce i documenti.

Assicuriamo di non avere nulla da nascondere.

Senza altre formalità e senza chiedere se siamo d’accordo, ci caricano coni bagagli su un furgoncino cieco di finestrini. L’autista parte come chi già conosce l’indirizzo. Non nascondo che nella penombra del veicolo un minimo di ansia la proviamo; ma è ingiustificata. Ci troviamo poco dopo, senza la fatica di cercare alloggio, all’hotel “La Espaniola”, scelto da chi. È piccolo, modesto, decoroso; il cortile d’accesso è perfino decorato da cespugli fioriti. Quando, dopo esserci un po’ rassettati, scendiamo nell’atrio, troviamo un borghese che ci attende. È un poliziotto che non ci avevano preannunziato. Si presenta: “Francisco”; il cognome resterà ignoto. Ci aiuterà, dice, a districarci per la città. Un altro Francisco, dunque, ma questo è un quarantenne bassotto, baffi neri, nei i capelli divisi da una scriminatura perfetta che parte dalla tempia, i pantaloni e la giacca in tela chiara, il sigaro in mano. Un prototipo di quello che l’immaginario europeo (aiutato dal cinematografo) pensa, o forse a quel tempo pensava, dovesse essere un poliziotto sudamericano. Ci renderemo conto in seguito che è il capo del piccolo gruppo di tre che si alterneranno al nostro seguito.

Quella sera Francisco n. 2 si offre di accompagnarci al ristorante. “Non è facile – dice – trovarne uno buono ed economico ad Asuncion !”. Ha compreso che di soldi non ne abbiamo moti. Ci conduce in una rosticceria, si siede al nostro tavolo disinvolto ospite e con noi mangerà pollo allo spiedo. Uscendo dal locale il nostro guardiano si pone al mio fianco e lancia una proposta davvero sorprendente: “Andiamo a ballare ?”. Resto, come si può comprendere, piuttosto sconcertata. “Mi spiace, rispondo, non so ballare”. Credo ceh sia stata l’unica volta della mia non corta vita che ho rinunciato a un ballo. Quando restiamo soli ci scambiamo le impressioni su questo strano comportamento del poliziotto e “Francisco” il nostro ripete più volte: “è una spia, è una spia. Dobbiamo fare attenzione”. In questa atmosfera di sospetto, per decidere liberamente il da farsi evitando che le nostre parole possano essere udite attraverso le sottili pareti di “La Espaniola” da orecchie indiscrete, Manuela e io ripariamo in bagno e apriamo i rubinetti della vasca. Lo scroscio dell’acqua (le spy stories insegnano !). Primo sicuro risultato è che il rapido sussurrare in spagnolo di Manuela rende difficile a me il capirla. Comunque mettiamo a punto il nostro piano, tutt’altro che roccambolesco: semplicemente cominceremo a cercare notizie di Amilcar.

Il mattino successivo il poliziotto di turno è cambiato. Deve avere poco più di vent’anni, ha un’espressione mite, i modi gentili e discreti. Ci segue silenzioso. La prima visita, non a caso, la facciamo al “Comitato per i rifugiati”. È un’organizzazione in cui lavorano insieme religiosi cattolici, protestanti e volontari laici.

Sopravvive con i modesti contributi della gente e commerciando oggettini ricordo. Le finalità che si propone sono di assistenza in generale, ma un’attenzione particolare la dedica ai detenuti. È il Comitato che ha fatto pervenire alla famiglia le poche notizie di Amilcar. Quando entriamo il poliziotto si ferma fuori dalla porta e lì ci attenderà.

Ci accolgono da amici, sono stati preavvisati del nostro arrivo. Subito ci riferiscono quanto sanno del prigioniero: sta bene e sono riusciti di recente a fagli pervenire biancheria e oggetti di toeletta.

Chiediamo “Quali strade ci consigliate di seguire ? Pensate sia possibile ottenere di essere ricevuti da Stroessner ?”. Non conoscono strade particolari ed escludono che il dittatore conceda mai un’udienza privata. Ritengono invece utile l’iniziativa di avvicinare autorità locali e straniere residenti per il loro ufficio nel paese. La situazione sta un po’ mutando negli ultimi tempi in Paraguay e l’opinione pubblica mondiale può esercitare una qualche influenza.

Nel pomeriggio ci rechiamo dall’Arcivescovo. Vive in un palazzotto bianco che spicca isolato in fondo ad una piazza assolata. Il poliziotto n. 3 ci attenderà nell’atrio, indifferente. La sua faccia sembra portare impresso: “un servizio vale l’altro”. Siamo introdotti in un giardinetto fitto di alberi e cespugli. Alte mura lo circondano e lo difendono da occhi indiscreti, o forse lo riparano con la loro ombra dalla calura. Qui ci raggiunge l’Arcivescovo: è , magro, i capelli candidi, indossa l’abito talare. Ci fa accomodare sotto un pergolato. Manifesta comprensione per la situazione della famiglia Santucho, di cui è informato. Non piò fare molto, dice, ma non mancherà, se ne avrà occasione, di caldeggiare la liberazione di Amilcar. Anche lui esclude che il presidente possa riceverci, tuttavia, e raccomanda la massima discrezione, un suggerimento piò darcelo.

Tutti i giorni Stroessner riceve la visita del suo direttore spirituale, tale padre Ramon Majans, che esercita su di lui grande influenza. Se riuscissimo a raggiungerlo e perorare la causa di Amilcar chiedendogli di intercedere, qualcosa, forse, si potrebbe ottenere.

Ma dove e come trovare padre Ramon, di cui si ignora l’abitazione, e che ci dicono è oberato da numerosi incarichi, tra l’altro quello di cappellano militare. Ci aiuta un’altra indiscrezione: al mattino alle cinque il sacerdote di solito dice messa nella cappella “Stella Maris” alla periferia della città. Lì forse lo si potrà avvicinare. È il tentativo che facciamo l’indomani. Poco prima dell’ora indicata siamo tutti e tre in attesa su un sedile di pietra che corre sul fianco dell’edificio e sorvegliamo l’ingresso. Nessuno dei poliziotti ci ha accompagnato: forse per l’ora, forse perché hanno già deciso che non siamo pericolosi.

Ma proprio quel giorno il “padre” non si fa vedere. Chiediamo sue notizie al sacrestano. “No, non lo si è visto”. Sollecitato dalla nostra insistenza, anche lui con circospezione, ci confida che il cappellano, sempre di mattino, si reca in una clinica a benedire i malati. Ma alla clinica, anche perché non pratici della città, giungiamo in ritardo. “È venuto, ci dice un’infermiera, ma se ne è appena andato”. Per due giorni Manuela cercherà di raggiungerlo, ma inutilmente.

Nel frattempo, forse per mestiere, mi è venuta l’idea di compiere l’azione più consueta, quasi banale, quando si cercano notizie di un carcerato. Pur senza molte speranze ci rechiamo al palazzo di giustizia. Ci fa strada di buon grado il poliziotto “faccia mite” che si attiva per trovare l’ufficio dove sono gli elenchi dei denunciati e dei detenuti. La sua intercessione è utile. L’addetto, con una certa sollecitudine, comincia a sfogliare le rubriche che estrae ad una ad una dallo scaffale. Scorre col dito le colonne die nomi: “1976 … nulla. 1977 … nulla “ E così per il 1978 e 1979. “Assolutamente Amilcar Latino Santucho non risulta”. Conseguenza: nessun giudice è incaricato di indagini e nessun processo pende a suo carico. L’esito, in verità, era scontato, ma volevamo esserne certi.

Mi è stato insegnato che quando si è all’estero in situazioni un po’ particolari è opportuno segnalare la presenza alla propria ambasciata. Quella italiana è situata nella zona verde della città dove sono anche altre rappresentanze diplomatiche. Entro da sola. Manuela e Francisco che mi hanno accompagnato, preferiscono attendermi poco lontano, all’ombra di un grande ibisco dai fiori fiammanti. Vengo ricevuta subito e con molta cortesia dal “facente funzione”. Il titolare dell’ufficio infatti non c’è, il posto è vacante. Il sostituto viene dall’Uruguay ad Asuncion varie volte al mese per il disbrigo delle pratiche urgenti. Lo informo della ragione del viaggio. Conosce il caso Santucho. Anzi, mi dice, esiste, all’ambasciata, un dossier. Però è riservato. “Comprende, non posso farglielo vedere”. Nota la mia delusione. “Ci tiene proprio?”. “Certo, mi interesserebbe”. “E allora faccio un’eccezione” e mi porge una cartellina rosa che, noto, era già sul tavolo. Non è molto voluminosa. Ne scorro rapidamente il contenuto: qualche lettera che gli uffici ministeriali italiani hanno inviato per informare delle manifestazioni a favore della famiglia Santucho e in particolare di Amilcar; il “non dissenso” del Governo ad una soluzione favorevole al prigioniero, qualche ritaglio di giornale. Uno riporta la cronaca della nostra modesta manifestazione torinese al “Circolo Turati”, organizzata nel dicembre del ‘78. Dunque, penso rallegrandomene, talvolta anche le iniziative di poco conto hanno una loro eco. Il famoso granello di sabbia.

Con Manuela e con Francisco organizziamo poi le visite alle altre ambasciate raggiungibili. Ma prima ci rechiamo al rappresentante dell’ONU che ha un suo ufficio nella piazza principale di Asuncion. Non è un diplomatico, ma la sua presenza in un luogo è significativa, e, pensiamo, è importante che sappia del nostro viaggio, di chi ci ha mandato e che cosa ci proponiamo. L’accoglienza è cauta e formale, ma ci pare che la nostra visita non sia inutile. “Riferirà a chi di dovere, riferirà…”

L’ambasciata della Germania Federale ha sede in un edificio simile a quello che ospita quella italiana, appena più sontuoso. Il diplomatico tedesco ci riceve sollecitamente: conosce ed è interessato al caso Santucho. Se ne avrà occasione, non mancherà di esprimere il parere favorevole del suo governo alla liberazione di Amilcar. Lo farà con convinzione perché ritiene che “non possano essere tanto offesi i diritti umani”. E poi la volta dell’Ambasciata degli Stati Uniti. A differenza delle altre due è collocata in un ampio giardino, circondato da un alto muro, come quello dell’arcivescovo, ma vigilato da una sentinella. Al cancello un occhio elettronico si accende quando suoniamo. Ci apre un militare americano in divisa e ci introduce in un salotto arredato con eleganza. L’ambasciatore non tarderà, ci dice, è andato a giocare a tennis, ma era preavvisato della visita. Pochi minuti di attesa, infatti, e sopraggiunge un signore aitante, del tipo attore del cinema. Ha i capelli brizzolati ma l’aspetto è giovanile. È cordiale e informato di tutta la storia. Ritiene utile la nostra iniziativa. Vedrà prossimamente ad un ricevimento ufficiale il Presidente che, anche con gli ambasciatori, non è facile agli incontri privati. Ne approfitterà per ricordargli il caso Santucho e per raccomandargli un qualche intervento risolutivo. Sapremo in seguito che è stato di parola.

Resta, tra gli ambienti diplomatici raggiungibili, la “Nunziatura”, l’ambasciata del Vaticano. In un paese come il Paraguay ha un’importanza particolare. Anch’essa è installata in un bel palazzo bianco circondato da giardino. Cito spesso, in queste righe, i giardini, non perché Asuncion ne sia piena, ma, al contrario, perché si notano quando ci sono rispetto all’aridità di molti quartieri e delle strade. Quantomeno com’erano allora. Ci apre un giovane prete. Il Nunzio attende, dice, ma, aggiunge con aria spiacente, poiché si tratta di un’udienza concessa per mere ragioni umanitarie, saranno ricevuti solo il padre e la madre del prigioniero. Rimango quindi in un salottino con il prete. È un tipo simpatico, e che chiacchiera volentieri. È italiano, di Canelli, nel Monferrato, fraternizziamo. Mi racconta del lavoro che da anni svolge tra i poveri, anzi poverissimi, delle periferie della città; dell’estrema difficoltà di ottenere qualche risultato per la mancanza di mezzi, per le resistenze ingiustificate delle autorità a qualsiasi iniziativa. Dopo un bel po’, dal fondo dell’ampio atrio, sopraggiunge, nel suggestivo abito bianco, il Nunzio. Ai suoi fianchi, l’una da una parte, l’altro dall’altra, i miei amici. Mi porge la mano: “Sono venuto a salutarla. Così, in piedi, e quasi sulla soglia, mi da alcuni suggerimenti. E ritorna il richiamo a padre Ramon. Non mi ha ricevuto il Nunzio, ma quello che aveva da dirmi lo ha detto.

In uno dei pomeriggi, mentre sostiamo nel giardinetto di “La Espaniola” a prendere il caffè prima di partire per i nostri giri, compare Francisco il poliziotto e si siede con noi. “Buono il caffè ?” chiede al nostro. Questi assente. “Si, si, ma vorrei tanto un Fernet Branca per digerire”. “Un Fernet Branca, ma certo !”. E solerte si rivolge alla cameriera dell’hotel. Ma questa è spiacente, non ne hanno. “Venite con me, venite con me…”, ci incita Francesco 2 invitandoci a seguirlo, anche se cerchiamo inutilmente di dissuaderlo. L’ora della siesta non è finita. Le serrande dei negozi sono  abbassate, i bar aperti sono radi, pur nella via centrale di Asuncion, e comunque non hanno Fernet Branca. Ma il nostro custode non si perde d’animo. Bussa là dove è chiuso, si fa aprire. Impossibile che ad Asuncion non ci sia nessuno che vende quell’amaro! Continuiamo a ripetere che non importa, e Francisco il nostro”, mentre percorriamo l’assolata strada che conduce al porto fluviale, assicura più volte che ha ormai ben digerito. Tutto inutile. Infine in una piazzola un piccolo bar aperto: si, il digestivo c’è. E subito ne viene servito un bicchiere al nostro anziano amico. Lui lo prende, lo guarda in trasparenza, lo annusa e scuote il capo: “Io dicevo un Fernet Branca Menta” e ribadisce “Menta”.

Nella ricerca di interlocutori che possano darci un aiuto valido decidiamo di recarci al Ministero dell’Interno. Non è forse il nostro prigioniero in una caserma della polizia ?

Alla porta ci rispondono: “Si, il Ministro talvolta riceve, ma occorre fare la domanda. Compiliamo il modulo. Ci informeranno poi che siamo attesi due giorni dopo, alle 7 del mattino. L’ora sembra insolita, ma, pensiamo, ad Asuncion, alla fine di marzo, è già caldo, e molte attività saranno anticipate per consentire una pausa nelle ore di canicola.

Puntualissimi il giorno stabilito ci presentiamo. Il poliziotto, il n. 3, come sempre rimane indifferente a conversare con i suoi colleghi nell’atrio. Noi, controllati i passaporti, siamo accompagnati  per una scaletta quasi buia, al piano superiore, e qui lasciati sopra una sorta di pianerottolo che, non so se in generale o per l’occasione, funge da sala d’aspetto. Tutto è molto squallido. Per sedersi c’è un‘unica panca di legno senza schienale. Ci accomodiamo, si fa per dire. Non ci sono altri visitatori e non ne vedremo arrivare. Aspettiamo di essere chiamati. Aspettiamo quattro ore, esattamente quattro. Finalmente l’usciere, che nel corso della mattinata ha fatto qualche fugace apparizione (voleva controllare se resistevamo), ci fa segno di seguirlo. Percorriamo un corridoio anch’esso poco illuminato e giungiamo alla porta del Ministro. L’usciere bussa, ci introduce, richiude il battente alle nostre spalle, ritirandosi. Facciamo qualche passo, sussurriamo un “Buon giorno”, e restiamo lì impalati. Savino Augusto Montanaro, Ministro degli Interni, in camicia colorata, maniche rimboccate, è seduto al suo tavolo, tiene un foglio nelle mani e sta leggendo. Al suo lato sinistro un’ampia finestra. Il tavolo è ingombro all’inverosimile di pile di fascicoli e carte, altri fascicoli e libri si accatastano sulle sedie, negli scaffali a giorno e persino a terra lungo i muri. Legge in silenzio il Ministro, deve trattarsi di un documento importante se non ha neppure volto il capo al nostro ingresso; né ci ha salutati, Né ha detto di avvicinarci, tantomeno di accomodarci. Ora, Santucho è un uomo di 82 anni, che si vedono sul volto segnato, e sta lì in piedi in attesa, il cappello di paglia in mano. Ci siamo anche Manuela ed io , tutt’altro che ragazzine e, secondo un certo codice, “due signore”. Ma lui non ha neppure alzato gli occhi, o l’occhio, perché lo vediamo solo di profilo. Passano tre, quattro, cinque minuti reali in totale silenzio. Finalmente una voce roca:  “Que Quieren?”, “Che volete?”. Due parole che per il tono e l’atteggiamento con cui vengono pronunciate rimarranno indelebili nel mio ricordo e ancora mi bruciano.

Il volto del Ministro, quello che se ne vede perché si è girato verso di noi solo per un terzo, è di pietra. “Eccellenza, comincia Manuele, siamo il padre e la madre di Amilcar Santucho” e accenna alla lunga detenzione del figlio, al fatto che nessuna accusa gli è stata elevata, che sono trascorsi quattro anni: “Per ragioni umanitarie, chiediamo che venga liberato…”.

L’interrompre: “Amilcar Santucho ? Mai sentito. Non lo conosco, non ne so nulla…”.

Eccellenza, insiste lei, ma ci hanno detto che è nella Comisaria Tercia della polizia di questa città”. La risposta è perentoria: “E allora chiedete alla polizia”. E riprende a leggere il documento che non ha mai lasciato. L’udienza è finita. Mi piacerebbe poter raccontare che sono stata capace di intervenire con decisione e vigore a perorare la causa di Amilcar, di trovare un qualche argomento da contrapporre a quella sfrontatezza, quantomeno a trasmettere un po’ dell’indignazione che mi cresce dentro. Ma non ci riesco. Potrei giustificarmi dicendo: come si fa a protestare argomentando in una lingua che non si conosce ? Il fatto è che sono allibita. Di personaggi di potere arroganti e prepotenti ne ho incontrato più d’uno, nessuno ha mai tenuto simile atteggiamento. Tento, prima di dirigermi alla porta, di abborracciare alla meglio le parole. “Ma lei non ha nulla a che fare con la polizia, essendone il Ministro ?”, ma Manuela, saggia e provata da simili esperienze, mi fa cenno come a dire: “Lascia andare”. Anche Francisco è avvilito. Come chiamato da un campanello muto alle nostre orecchie, intento entra l’usciere e ci accompagna fuori. Mentre scendo la scala buia mi dico, anche se il pensiero non consola, è anche in questi comportamenti che misuri la differenza tra una dittatura ed un paese democratico, pure un po’ sgangherato come il mio.

Savino Augusto Montanaro ha però detto: “Chiedete alla polizia”. Solo una provocazione o un segnale. Proviamo a coglierlo. Alla Centrale di polizia , come è ovvio, l’accompagnatore è di casa. All’ingresso comunque ci fermano, ci fanno entrare in un ufficio e un incaricato esamina i passaporti. Si informa: chi siamo, che cosa vogliamo. Chiede di chiarire una circostanza particolare: Manuela, che ha 65 anni, dice di essere la madre di Amilcar che ne ha 56. Come è possibile ? Allora lei spiega: “Per me è come un figlio. L’ho allevato io, ma sono la seconda moglie, sua madre è morta presto, era mia sorella”. Il prefetto di polizia a cui chiediamo udienza accetta di ricevere solo il capo famiglia. Ancora un’attesa. Evidentemente in Paraguay, per lo meno in certi ambienti, il tempo ha una dimensione, nel bene e nel male, diversa dalla nostra. Ma intanto è accaduto l’imprevedibile. Francisco, quando torna, è sorridente, quasi trionfante. “Possiamo andare a vedere Amilcar”. Lo assaliamo di domande: “Sei sicuro? Ti ha dato un permesso scritto? Quando?”. “Quando vogliamo”. È pomeriggio avanzato ormai. Ma come aspettare domani. Decidiamo di provare subito. Ci avviamo molto eccitati, e lo è perfino il nostro indifferente poliziotto. La “Comisaria Tercia” è un edificio a due piani di evidente struttura militare. Davanti al portone sprangato, accanto alla garitta, sta la sentinella in divisa. Attraverso lo spioncino avverte del nostro arrivo. Entriamo senza difficoltà. Devono essere stati preavvertiti. Un soldato ci accompagna da un ufficiale, tale almeno credo che sia perché ha dei vistosi galloni sulle spalline e, pare incredibile, uno spadone che gli pende dalla cintura. Chiede i documenti: il padre, la madre … Non è chiaro chi sono io e che cosa vengo a fare. L’avvocata? È un po’ dubbioso. Bah, passi anche lei, posto che l’autorità superiore ha deciso di farci entrare!

Accade così che una persona, dopo anni di prigionia, trascorsi in pieno isolamento e comunque senza poter vedere nessuno di esterno, neppure i familiari, con il divieto di corrispondenza, improvvisamente possa incontrare non solo padre e madre, ma un’estranea. Entra in caserma anche il poliziotto accompagnatore. Forse gli è stato ordinato di farlo. In fila indiana, ufficiale in testa, due militari armati in coda, percorriamo il porticato del cortile e saliamo al primo piano. Raggiungiamo così il “parlatorio”, la “sala colloqui”? Mah? L’arredo è composto di un tavolo spoglio cui siede l’ufficiale e di alcuni sgabelli e sedie destinati a noi. Gli altri resteranno in piedi. I due armati presso la seconda porta, quella da cui entrerà Amilcar. Alle nostre spalle l’accompagnatore. “Mi raccomando, ammonisce l’ufficiale, solo notizie di famiglia potete scambiare Solo notizie di famiglia !” Vien da sorridere: le notizie della famiglia Santucho sono quelle della repressione argentina, notizie di galera e morte, di persecuzioni e di esilio in varie parti del modo, di battaglie e di movimenti di solidarietà internazionale…

Il tipico rumore di ferraglia ed entra Amilcar. È un uomo di media statura, stempiato, il camiciotto a manica corta, gli occhiali dalla montatura pesante. Sapremo poi che solo da poco gli sono stati dati essendone rimasto a lungo privo, perché gli si erano rotti i precedenti. Sosta come abbagliato. Non lo avevano preavvertito di nulla. Poi i lunghi abbracci e le prime parole di gioia. Non sapendo come comportarmi anch’io lo abbraccio, non mi pare basti una stretta di mano. Comincia un fitto chiacchericcio in spagnolo il cui contenuto mi sfugge quasi completamente, ma che intuisco. Non sfugge però all’ufficiale, che tirato fuori un quadernetto tipo scuola elementare, annota con una matita, parola per parola, almeno così mi pare, le notizie che si scambiano. Notizie molto contenute, quelle di Amilcar. Più numerose quelle dei suoi genitori, quasi tutte tristi, quando non drammatiche. Gli dicono anche dei passi che stiamo compiendo nel suo interesse, della fiducia che nutriamo di ottenere qualcosa. Parlano tuti  tre con cautela, consapevoli del rischio di un eventuale errore. Dopo una mezz’ora l’ufficiale fa un segno: è finita. Ci salutiamo con calore. Io,“avvocato muto”, abbraccio nuovamente il prigioniero. Nei giorni successivi Manuela e Francisco potranno visitare il figlio ancora due volte e, attenuatasi la vigilanza, così come spesso accade, informarlo con maggiori particolari del movimento di solidarietà internazionale creatosi a suo favore, in particolare in Italia. Amilcar confiderà loro la sua intenzione di iniziare, insieme ad altri cinque prigionieri in condizioni simili alla sua, uno sciopero della fame in appoggio all’istanza di trasferimento in Paesi disposti a concedere asilo politico. Io non sarò più ammessa. Potrò solo prima di partire fargli un piccolo saluto con la mano dalla porta e chiedergli che cosa posso fare per lui. Se possibile fargli avere qualche libro, mi risponde.

Quella della prima visita fu comunque una gran giornata ! Usciamo sfiniti dalle fatiche e più dalle emozioni. Manuela e Francisco decidono di tornare subito in albergo. Il poliziotto li segue. Io preferisco una passeggiata. Dopo vari giorni posso finalmente girare da sola. Un taxi mi porta in una località di cui non saprei riferire il nome. È il porto fluviale della città sul Paraguay. Quando vi giungo le ultime luci del tramonto ancora indorano con qualche riflesso le acque piane e scure del fiume. Alcuni battelli sono all’ancora. Uno sta partendo per Buenos Aires, un normale servizio di linea. Penso alla bellezza di un viaggio attraverso la flora selvaggia e tropicale del Chaco. E se scegliessi quel mezzo per il ritorno ? Ma subito ricordo l’Argentina di Manuela e Francisco, le loro sofferenze, il poco che abbiamo concluso. Meglio rinunziare.

Il mattino dopo, ci mettiamo al tavolino e cominciamo a scrivere una “istanza di libertà”, non so come altrimenti definirla. Non una domanda di grazia, perché Amilcar non è stato né giudicato né condannato, non una domanda di libertà provvisoria, secondo i nostri criteri, perché non risulta inquisito né detenuto. Io formulo le frasi in italiano, Manuela le scrive in spagnolo.

Elenchiamo gli argomenti che ci sembrano efficaci: Amilcar non ha commesso alcun reato contro il Paraguay, voleva solo attraversarlo. La Svezia e la Norvegia hanno offerto asilo politico… Se mai incontreremo padre Ramon o altri che accettino di presentare la “supplica” (mi viene di usare questo desueto e un po’ repellente termine), consegneremo il documento. Finirà che lo affideremo all’Arcivescovo, cui facciamo una seconda visita, e lui ci assicurerà che farà il possibile per farlo pervenire all’irraggiungibile cappellano.

L’ultimo mio giorno paraguayano “faccia mite” mi chiede sottovoce mentre camminiamo un po’ dietro agli altri: “In Italia si trova lavoro ?”. A lui piacerebbe andarci. Anche da noi, gli rispondo, ci sono dei problemi per il lavoro, forse non così gravi come nel suo paese. Comunque dovrebbe conoscere un po’ l’italiano. È disposto a studiarlo, mi dice, ad Asuncion però non sa dove trovare i libri necessari o persone che possano aiutarlo, e poi non vuole destare sospetti sulle sue intenzioni. Gli manderò, al ritorno, una grammatica e un piccolo vocabolario, all’indirizzo di terzi che mi fornisce. Non ho più saputo niente di lui.

La sera di quello stesso giorno compare Francisco il poliziotto che si fa promotore di un’iniziativa di addio. Lo assecondiamo, chissà che possa essere d’aiuto ad Amilcar ! Ci conduce a cenare, come è giusto a nostre spese, in un locale caratteristico dove suona un’orchestrina. Improvvisamente il nostro accompagnatore che, abbiamo notato, è ben conosciuto dagli altri avventori e dai proprietari, sale in pedana e annunzia che verrà reso onore agli ospiti stranieri. Via all’orchestra dunque ! Per Manuela e Francisco verrà suonata “La comparcita”, per me “Guarda il mare quant’è bello”.

Il viaggio non ebbe esito, al di là dell’incontro. Dieci mesi dopo tuttavia Amilcar Santucho sarà liberato e riparerà in Svezia. L’anno successivo, di passaggio in Italia, sosterà anche a Torino. L’incontrerò con altri amici e lo festeggeremo. Racconterà, tra l’altro, che quando mi vide con i suoi a la “Comisaria Tercia” non capì assolutamente chi fossi. E sospettò: una spia del regime ?

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