LA RESISTENZA E I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

Delia Bellanova e Giancarla Rotondi, Compagne

Compagne“È nel novembre del 1943, in un stanza di un modesto appartamento di Milano, dove campeggia una grande stufa rossa […] che alcune donne appartenenti ai vari partiti del CLN si riuniscono per gettare le basi di una organizzazione femminile unitaria e di massa. In tale riunione vengono definiti il nome, il tipo di organizzazione e il programma delle donne nella lotta di liberazione[1].”

I «Gruppi di Difesa della Donna per l’assistenza ai combattenti per la libertà» nascono nel novembre del 1943 sotto la spinta di donne militanti nel PCI, PSI e Partito d’Azione. Si stima che siano state ben 70.000 le donne che ne hanno fatto parte.

Alquanto dibattuto fu il nome attribuito all’organizzazione: dalle testimonianze dirette delle donne fondatrici dei GDD, si evincono notevoli riserve sul ruolo assistenziale e ausiliario che la denominazione suggeriva, in qualche modo in linea con la concezione del femminile della cultura patriarcale e fascista. Bianca Guidetti Serra, nome di battaglia “Nerina”, co-fondatrice dei GDD torinesi, ricorda:

“La denominazione suscitò in alcune di noi delle perplessità […] Il termine «assistenza» può suonare certamente oggi riduttivo e parziale, ma vorrei sottolineare il nesso implicito che legava le due finalità: la libertà da conquistare insieme, e come premessa, ai diritti della donna[2].

I Gruppi di Difesa vengono costituiti non solo per organizzare le antifasciste e le lavoratrici già inquadrate in un partito politico o in un settore produttivo fortemente politicizzato come quello della fabbrica, ma anche per coinvolgere nella lotta antifascista quelle donne, come le casalinghe, non direttamente inserite nella produzione, « […] È merito in primo luogo dei GDD se queste donne di casa, […] queste contadine, relegate da sempre a occuparsi delle faccende domestiche, […] si sentono in qualche modo “dentro la storia”»[3].

Sotto il fascismo, la donna era stata considerata «un sottoprodotto»[4], per dirla con le parole della “staffetta” Nella Baroncini.

L’esasperazione di una dura politica di sfruttamento e discriminazione femminile si era affiancata, nel ventennio, ad una serie di leggi infami:

  • salari inferiori fino al 50% rispetto a quelli maschili a parità di mansioni;
  • limite del 10% delle donne assunte negli uffici amministrativi e nelle professioni pubbliche;
  • divieto di accesso all’istruzione superiore.

GDDLe donne si ritrovavano a colmare le lacune di una economia in crisi, lavorando a domicilio in forme precarie e marginali, supplendo alla carenza di servizi e piegandosi anche al sacrificio imposto dallo sforzo bellico. In evidente contrasto con la mitologia della madre dedita solo alla cura della casa e della prole propagandata dal regime. Sul primo numero di «Noi Donne», organo dei GDD, leggiamo:

“Dopo aver predicato per vent’anni alle donne la sottomissione e la bellezza di stare a casa a rammendare le calze, il fascismo si trova di fronte a operaie d’avanguardia, a donne partigiane, a combattenti della nuova Italia. Se le trova dinnanzi trasformate, agguerrite, pronte a tutte le battaglie[5].”

I compiti dei Gruppi di Difesa erano numerosi: il sostegno ai prigionieri e alle loro famiglie attraverso il Soccorso Rosso, la mappatura degli spostamenti delle truppe tedesche e dei punti minati, la raccolta di fondi, vestiti e beni di prima necessità per le brigate partigiane, la redazione di articoli per i giornali clandestini, la compilazione di documenti falsi, gli assalti a magazzini di viveri, il trasporto di ordini, armi e munizioni, l’attivazione di reti di assistenza nelle case e negli ospedali.

GDD2“Il 25 luglio 1943, con la caduta del fascismo, io che sapevo sì e no dell’esistenza di un movimento clandestino antifascista, cominciai a sentire un grande odio verso la guerra e verso la fame. […] […]decidemmo di iniziare la lotta clandestina. Per noi donne […]compito immediato era ostacolare con ogni mezzo l’azione degli invasori tedeschi. Cominciammo a svaligiare le caserme di armi, munizioni, indumenti; attaccavamo manifesti contro la guerra, spargevamo chiodi a tre punte nelle strade sulle quali dovevano transitare i mezzi da guerra tedeschi. Insomma, mi sentivo già abbastanza cosciente di ciò che era il nostro lavoro e ne ero soddisfatta[6].”

Non manca tra le prerogative dei Gruppi di difesa, la gestione di operazioni particolarmente delicate, come i sequestri e scambi di prigionieri. I GDD risultano attivi anche nell’organizzazione di manifestazioni volte a impedire deportazioni e rastrellamenti, e a richiedere la liberazione dei partigiani prigionieri:

Non troviamo solo funzioni di carattere materiale tra le attività dei GDD, ma anche azioni di alto significato simbolico e politico, ma altrettanto pericolose, come commemorare i propri morti, caduti per mano fascista: Vera Arduinotra queste, esemplare a Torino, quella che avvenne al cimitero in occasione del funerale delle sorelle Vera e Libera Arduino, che appartenevano ai GDD e che furono trucidate dai fascisti nella notte tra il 12 e il 13 Marzo. Questa manifestazione per la data in cui avvenne, il 16 Marzo 1945, per l’adesione che ottenne (raccogliere pubblicamente qualche centinaio di donne in pubblica protesta non era allora, fatto indifferente), per le conseguenze che ne seguirono (un centinaio di arresti), per le finalità cui era destinata, ha assunto nel ricordo di molte particolare rilievo. Rappresentava infatti il risultato di un lungo e tenace lavoro condotto per tanti mesi, tendente a unificare la partecipazione delle donne. E le donne vennero e con degli evidenti simboli comuni: mazzi di fiori, corone con “scritte”, “tutte con qualcosa di rosso”[7].

Le “staffette” svolgono anche azioni di propaganda e comunicazione:

“[…] salivamo sul tram […]. Quando era fermo, e stava per ripartire, noi stavamo dietro sul predellino, buttavamo i manifestini all’interno della vettura, gridavamo: – Viva l’Italia – e scendevamo di corsa e ci gettavamo per le vie […]. Poi ci toglievamo il foulard, gli occhiali, lasciavamo andar giù i capelli, via il rossetto… tutte cose che avevamo messo per non farci riconoscere[8].”

Promuovono scioperi e manifestazioni contro il caro vita:

Libera Arduino“E intanto è arrivata la parola d’ordine che avessimo cercato di fare degli scioperi dove c’erano delle donne; delle prove. Di mettersi in colonna a una tale ora e andare a chiedere alla direzione, a Valletta: “vogliamo gli aumenti di paga” rivendicare qualcosa di cui avevamo bisogno. E allora tutte d’accordo andiamo. Niente uomini.[…] [tranne] un manovale – Vengo anch’io, ormai son vecchio […] E davanti ‘sto vecchio […] Come esce, non gli han mica detto niente, vedo che gli danno un pugno nello stomaco e lo sbattono contro un muro e pugni nello stomaco […] è cascato giù. Lì c’erano dei fascisti che facevano la sorveglianza perché era industria bellica. Non han mica chiesto niente dove andavamo…a staffilate! E noi cercavamo di andare avanti lo stesso. Hanno dato una staffilata a Maria Olivetti. Quando ho gridato «lo hanno ammazzato» questa qui abbranca uno di questi fascisti per il collo, così…, gli ha dato tanti di quei pugni sul muso che non so. […] E lì, staffilate, staffilate. […] andiamo avanti. […] C’eran dei mucchi di macerie. Quella del “basco verde” abbranca un pezzo di pianella e “pach” sul gruppo dei fascisti. […]tutto quel mucchio glielo abbiamo tirato sulla testa, non li abbiamo lasciati entrare nell’officina. Gliene abbiamo tirate! […] Gliene abbiamo fatto una discarica di quelle piastrelle che non ti dico […]. Quella del “basco verde” le staccava persino dal muro. Aveva le dita che sanguinavano[9].”

Le donne si impegnano anche in sabotaggi della produzione:

“Come ci organizzavamo, cosa facevamo noi donne? Dunque la nostra propaganda era quella di insistere perché aderissero il più possibile agli scioperi e poi soprattutto che sabotassero la lavorazione, perché tutto quello che la Fiat produceva andava in mano ai tedeschi, conseguentemente andava contro di noi. […] io ero addetta al collaudo dei pezzi di raccordo dei treni […]: sabotavo a più non posso. […] Più andavano male meglio era perché intanto i tedeschi perdevano tempo[10].”

Migliaia sono quelle che si occupano di informazioni e collegamenti:

Tina Lorenzoni“A Firenze ci fu per esempio una ragazza di nome Tina Lorenzoni. Aveva 25 anni. […] i tedeschi e i repubblichini controllavano con ogni mezzo le rive del fiume. […] Per ben tre volte Tina riuscì ad attraversare le linee per assicurare il collegamento tra i resistenti. Venne presa e messa in prigione: tentò di fuggire. Venne ripresa, fucilata. La motivazione della medaglia d’oro che anni dopo le fu conferita, dice di lei: «angelo consolatore tra i feriti». Tutta quella spericolatezza, tutto quel coraggio, umiliate da un qualche funzionario addetto alla scrittura, che non conosceva le parole da pronunciare per definire una persona come Tina[11].”

Si tratta di un insieme di compiti essenziali sia per lo sviluppo della lotta armata che per la tutela materiale della comunità; ed è molto più di quanto lasci intravedere il termine miniaturizzante di staffetta. Essere una organizzazione di “base”, con un termine geometrico che fa pensare a una valutazione politica diminutiva, significa invece, ed ha significato allora, essere fondamenta, senza le quali il resto non può reggere.

Ma i GDD non hanno rappresentato solo uno degli organismi della resistenza al nazifascismo, essi ebbero sin da subito anche un preciso indirizzo relativo alla condizione femminile, in particolare al nesso tra lotta di liberazione ed emancipazione[12].

Sin dal programma d’azione del 1943, i GDD rivendicano l’eguaglianza della donna nella vita civile, la risoluzione del problema del doppio lavoro (quello fuori casa e quello domestico), l’accesso a qualsiasi professione e percorso di istruzione e soprattutto condizioni paritarie di retribuzione.

È su questo terreno che, a liberazione avvenuta, ha trovato la sua radice un grande sciopero, tutto femminile, il 14 luglio 1945, per ottenere la parità d’indennità di contingenza con gli uomini[13].

GDD1“[…] quando il governo, istituendo l’indennità di contingenza […], la fissò in misura più bassa per le donne […] Ci parve una discriminazione intollerabile. […] e decidemmo di reagire. […] Migliaia di operaie, uscite dalle fabbriche, la mattina di quel 14 luglio confluirono dai borghi industriali sotto la Camera del Lavoro […] insieme a una folla di lavoratrici delle più svariate categorie: «Tutte le maestranze femminili di tutte le fabbriche e laboratori, commesse e massaie, impiegate e infermiere, postine, telefoniste […] Tutte ostentavano un cartello» […]: «A pari lavoro, pari difficoltà di vita, perché impari retribuzione?»[14].”

Furono molte, molte migliaia le lavoratrici che uscirono quel mattino dalle fabbriche e raggiunta prima la Camera del lavoro, dal cui balcone parlò la da poco ex «gappista» Ines, si diressero poi, in corteo, all’Unione Industriale e… l’invasero[15].”

“[…] mi ricordo come un sogno. Poi in corteo siamo andati sotto all’Unione industriale in via Massena. Siamo andati su. Un caos… E lì hanno cominciato a buttar giù tutto dalle finestre. Lì c’era appunto l’avvocato… un dirigente, non mi ricordo il nome, pallido, con i capelli bianchi, […].

– Esca sul balcone se no lei non esce vivo di qua, – glielo abbiamo detto. – Sa che le donne quando si arrabbiano…

A furia di dirglielo, lo avevano già preso per la cravatta, perché lì c’erano delle donne molto poco… e allora uscì sul balcone, parlò, promise che qualcosa avrebbe fatto[16].”

 «La Stampa», la busiarda, dà notizia della imponente manifestazione solo una settimana dopo, per diramare un comunicato del Governo Militare Alleato, che preso atto che nei giorni precedenti vi è stata a Torino una «manifestazione disordinata di lavoratrici diretta a conseguire un trattamento di carovita uguale a quello dei lavoratori»[17], ne sconfessa l’esito vittorioso, poiché «la firma del rappresentante dell’Industria non è stata apposta liberamente, in quanto sono state esercitate delle pressioni su di lui sia con una tumultuosa dimostrazione che è culminata nell’invasione della sede dell’Unione degli Industriali, sia perché gli furono prospettate gravi responsabilità per futuri disordini»[18].

Infine, l’Ufficio regionale del lavoro, comunica che le rivendicazioni delle lavoratrici sono state accolte. E Torino fu l’unica città in cui, per un anno, le donne godettero della parità di indennità di contingenza con gli uomini. Dopo fu un’altra cosa[19].

Non troviamo traccia nel resto della pubblicistica di questa importante manifestazione, né di tanti aspetti dell’attività dei GDD.

Compagne2Nella storiografia resistenziale, difatti, alle donne sono state a lungo riservate le classiche appendici di due paginette nei tomi che ne contano seicento. Ma, al di là dei numeri, quella che conta è la ricchezza umana e politica di cui queste compagne furono portatrici: l’assenza di calcolo rispetto al potere e alle cariche individuali da ricoprire a Liberazione avvenuta, la concretezza antiretorica di un senso di giustizia di classe, l’astuzia e la creatività nell’escogitare tempestive soluzioni a situazioni di estremo pericolo, la modestia che fece apparire naturale non richiedere riconoscimenti per il lavoro politico svolto in circostanze così critiche, rientrando nella vita quotidiana come se anche il tremendo sforzo della guerra fosse stato solo un aspetto della quotidiana fatica. Sono questi principi e questa consapevolezza che guidano Bianca Guidetti Serra quando intuisce che ancora una volta è necessario uno sforzo autonomo delle donne per lasciare traccia, trenta anni dopo, della loro storia. È così che vede la luce nel 1977 la pubblicazione di Compagne: il racconto in prima persona di quarantotto proletarie che hanno partecipato alla Resistenza[20].

Compagne rappresenta un testo di riferimento per le future generazioni di donne che vogliono ritrovarsi nella storia.

– – – – – – – –

Bianca Guidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica al femminile, Einaudi, Vol. 1 e 2, 1977.

Note:

[1] Nadia Spano – Fiamma Camarlinghi, La questione femminile nella politica del PCI, Roma, Ed. Donne e Politica, 1972, p. 86. I GDD si dotarono di un organo di informazione nazionale: «Noi Donne». Sorsero inoltre ulteriori testate locali, come la torinese «La difesa della lavoratrice».

[2] Bianca Guidetti Serra – Santina Mobiglia, Bianca la rossa, Torino, Einaudi, 2009, p. 31.

[3] Anna Scarabelli, Il problema dell’emancipazione nei GDD della provincia di Bologna, in F. Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascistae la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-1945, Milano,Vangelista Editore, 1978, p. 281.

[4] Cfr. F. Pieroni Bortolotti, Le donne della Resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna: 1943-1945, op. cit., p. 99.

[5] A fianco dei combattenti per la libertà e l’indipendenza nazionale, «Noi Donne», n. 1, maggio 1944.

[6] Testimonianza di Antonietta Carletti, militante dei GDD.

[7] BiancaGuidetti Serra, Compagne. Testimonianze di partecipazione politica femminile, Torino, Einaudi, 1977, Vol. I, pp. XVII-XVIII.

[8] Testimonianza di Edera Felici, Ivi, Vol.II, pp. 527-528.

[9] Testimonianza di Anna Anselmo, Ivi, Vol. I, pp. 74-75.

[10] Testimonianza di Fiorina Friziero, ivi, p. 585.

[11] Marisa Ombra,Libere sempre: una ragazza della resistenza a una ragazza di oggi, Torino, Einaudi,2012,p.46.

[12] «Le donne in questa lotta contro i tedeschi ed i fascisti non partecipano soltanto alle battaglie del popolo italiano, ma combattono anche la propria battaglia. […] In quest’ultimo anno, le donne hanno dimostrato la propria sensibilità, la propria combattività, la propria maturità politica. Combattendo nelle fabbriche per il pane, dimostrando nelle piazze contro i tedeschi e i fascisti, strappando alla morte giovani renitenti e disertori, resistendo fieramente alle persecuzioni che colpiscono i mariti, i figli, le famiglie. » («Noi Donne», n.1, maggio 1944).

[13] B.Guidetti Serra, Compagne, op. cit., Vol. I, p. XVIII.

[14] B. Guidetti Serra – S. Mobiglia, Bianca la rossa, op. cit., pp. 60-61.

[15] B.Guidetti Serra, Compagne, op. cit., Vol. I, p. XVIII.

[16] Testimonianza di Letizia Nitto, in B. Guidetti Serra, Compagne, op. cit,, Vol. II, p. 479.

[17] Comunicato del Governo Militare Alleato, riportato in Equiparazione delle indennità fra lavoratori e lavoratrici, «La Nuova Stampa», Domenica 22 Luglio 1945, p. 2.

[18] Ibid.

[19] B. Guidetti Serra, Compagne, op. cit., Vol. I, p. XVIII.

[20] Oltre alle testimonianze dirette di 48 partigiane, il volume comprende una testimonianza di Antonio Arduino sulle sue sorelle Vera e Libera, trucidate dai nazifascisti. Il volume viene editato quasi simultaneamentealla pubblicazione di Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Milano, La Pietra, 1976.

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