NELLE CARCERI FRANCHISTE

Bianca Guidetti Serra,  da  Bianca la rossa

1959.

Partii per Madrid senza altre indicazioni se non l’indirizzo di un albergo e la data dell’appuntamento. Non conoscevo né i nomi né le nazionalità delle persone che vi avrei incontrato.

Se qualcuno mi cerca .. “, lasciai detto al portiere con circospezione. Restai in attesa nella mia stanza finché non sentii bussare alla porta: “Eres vous Bianca ?

Era la capo delegazione, una giovane avvocatessa parigina dal piglio deciso e il sorriso accattivante, che portava il nome, curiosamente evocativo, di Nicole Dreyfus. Tra noi si stabilì subito un rapporto di grande simpatia. Incontrammo poco dopo anche le altre delegate, un ‘avvocatessa belga e un’attivista danese, e malgrado qualche complicazione nel comunicare tre lingue diverse trovammo presto il modo di intenderci quasi da vecchie amiche.

Nicole ci fornì le informazioni preliminari e impostammo il nostro programma, in due direzioni: all’esterno e all’interno delle carceri. Disponevamo di un elenco (da utilizzare con le dovute cautele) di detenute e delle loro famiglie, e tra i nostri compiti c’era quello di integrarlo e aggiornarlo per un quadro più preciso della situazione. Avremmo anche contattato personaggi influenti del mondo culturale e avvocati, che potevano avere informazioni utile. In serata ci raggiunse, per telefono, una voce femminile, dandoci un appuntamento: era il nostro contatto locale, un’attivista spagnola a lungo rifugiata a Parigi, che ci avrebbe fatto da guida nei nostri movimenti.

Il primo passo, il giorno dopo, fu quello di presentarci al decano dell’Ordine degli avvocati come “studiose di diritto penitenziario” per chiedere il permesso di visitare qualche carcere. Non ci furono difficoltà.

Nell’attesa dell’autorizzazione, e di quella che sarebbe stata la parte più delicata della nostra impresa, ci dedicammo a coppie, per non dare troppo nell’occhio, alle visite ai familiari e amici delle detenute di cui avevamo gli indirizzi. Furono incontri commoventi, anche se non potevamo offrire loro molto di più di qualche conforto verbale da trasmettere a chi stava in prigione, cercando di far sentire che non erano dimenticati da tutti nel loro isolamento. In qualche caso di palese indigenza, come quello di una nonna che allevava due nipoti con padre e madre entrambi in galera, lasciammo un po’ di soldi sul tavolo: “ E’ la solidarietà internazionale”, accennammo in qualche modo mentendo.

Tra i personaggi importanti, ci facemmo anche ricevere da un “giudice d’accusa” militare, l’unico a nostra conoscenza che avesse resistito alle pressioni cercando di mantenere i processi politici nei limiti della legalità: “Ho fatto il mio dovere”, commentò impassibile. E ci congedammo.

Ottenuta l’autorizzazione concordammo il nostro itinerario nelle carceri femminili, dove ci avrebbe accompagnato un funzionario del ministero. Ci propose innanzitutto di visitare un istituto modello per detenute madri con figli infanti. Accettammo, per stare al gioco delle parti che ci eravamo date, pur sapendo che si trattava di un fiore all’occhiello dell’amministrazione, e per chiedere poi di visitare un carcere normale: “Alcalà de Henares ? E anche l’ospedale penitenziario ?”.

Il funzionario accompagnatore acconsentì. Sapevamo che vi erano recluse delle detenute politiche, di due conoscevamo anche i nomi. Con il direttore del carcere, che ci accolse sbrigativo, in divisa, nel suo ufficio. Ci tenemmo nel vago circa i nostri interessi di “studiose”: volevamo vedere “un po’ di tutto”. La tattica che avevamo architettato, una volta entrate nelle varie sezioni, era prima di tutto di parlare a voce alta per far capire che eravamo straniere e quindi rassicurare in qualche modo le detenute cui avremmo rivolto delle domande sulla loro condizione e specificamente una tesa ad individuare le politiche: “Quanti anni hai scontato ?” La lunga pena poteva essere un buon indizio. A questa domanda, in un camerone dove molte erano occupate a cucire a macchina, una donna di mezza età in grembiule grigio alzò la testa, coperta da una sorta di cuffia: “Diciannove”. Fummo pronte: “ Sei Presentaciòn Cabildo Velasco ?

Era una del nostro elenco – proprio lei ! – arrestata alla fine della guerra civile con una condanna a morte commutata in trent’anni di reclusione. Restò giusto il tempo, nel trambusto che si creò, per dire: “Siamo una delegazione internazionale … “ e tenderle la mano. Fummo piuttosto bruscamente riportate nell’ufficio del direttore, accompagnate dallo sguardo consapevole della donna. Non avendo più nulla da dissimulare, chiedemmo di una seconda detenuta di cui conoscevamo il nome (e di altre, che scontavano pene analoghe). “E’ in buona salute”, ci fu risposto con perentoria freddezza, “e non esistono detenute politiche”.

Senza più convenevoli, insistemmo ormai apertamente con il funzionario per entrare ancora all’Ospedale penitenziario, dove intendevamo incontrare Guadalupe Jimenez, un caso umanitario noto in molte parti d’Europa per le lunghe e gravi infermità patite. Replicammo ai dinieghi facendo presente il clamore che un rifiuto avrebbe suscitato nei nostri paesi. Previa una telefonata del nostro buon burocrate accompagnatore, riuscimmo nel nostro intento. “Non abbiamo niente da nascondere”, dichiarò concitato il direttore dell’ospedale, “anzi, facciamo chiamare subito Guadalupe”. Una donna di cinquantaquattro anni, stessa condanna a morte commutata in trent’anni di prigione, diciannove già scontati, di cui dodici praticamente a letto, sottoposta anche ad interventi operatori alla spina dorsale. Ci apparve molto più vecchia, occhi bassi, passo incerto. Non le avevano detto di noi, non alzò neppure lo sguardo quando le dissero di spiegarci quanto l’avessero ben curata. Ci presentammo: “Siamo una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche e siamo venute … “ Non riuscimmo a dire molto di più. Alla parola “democratiche” Guadalupe alzò il volto e ci guardò. Il suo viso, prima assente, si scompose in una maschera di lacrime silenziose e irrefrenabili, E, tra le lacrime, un sorriso. “Cosa possiamo fare per te ?”

Amnistia, spero nell’amnistia”, furono le sue uniche parole.

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